ORIGINI DELLA CIVILTÀ LATINA

Della letteratura delle origini, se si prescinde dai documenti epigrafici, nulla ci è pervenuto per tradizione diretta. Forme di cultura, sia orale che scritta ci sono note attraverso le citazioni degli scrittori posteriori che, nel tentativo di preserbare la loro memoria storica, hanno recuperato e trascritto alcuni documenti a carattere letterario afferenti la sfera religiosa, politica, militare, giuridica e privata. Sono documenti che solo in sneso molto lato possiamo chiamare letterari, se si dà a tale termine il concetto moderno di creazione artistica finalizzata alla fruizione estetica. [...] In tutti i documenti antichi, sia in quelli pubblici che in quelli privati, sia in quelli religiosi che in quelli profani il linguaggio si struttura attraverso forme retoriche che sono tipiche del linguaggio letterario. [...] Ne deriva che nella letteratura delle origini è molto debole quella distinzione tra prosa e poesia che sarà tipica della fase storica. La cultura romana dei primi secoli è stata essenzialmente orale: filastrocche, canti popolari, inni religiosi, formule rituali a carattere propiziatorio [...]. Si tratta di una tradizione del tutto anonima [...].

Lingua latina e alfabeto

La lingua latina parlata nel I millennio a.C. in una zona circoscritta del Lazio, si diffuse in tutto il mondo antico con l'espandersi del dominio di Roma: l'idioma dei conquistatori divenne una lingua universale, utile per comunicare con tutti come accade oggi con l'inglese. La lenta e costante evoluzione nei secoli di questa lingua, il latino volgare, (parlato nella vita di tutti i giorni dal popolo, il vulgus, di ogni cultura e classe sociale), ebbe come risultato la nascita delle moderne lingue romanze (proprie dei territori dominati da Roma): il francese, lo spagnolo, il portoghese, il rumeno e, naturalmente, l'italiano.

TRECCANI  • Origine della lingua latina

Durata 2'42

TRECCANI  • Leggenda della fondazione di Roma

Durata 4'13

Documenti epigrafici

[...] La testimonianza più antica della lingua latina ci è data dalla cosiddetta Fibula Praenestina, una bellissima spilla in oro, rinvenuta in una tomba di Preneste (odierna Palestrina, nel Lazio) e risalente al VII-VI secolo avanti Cristo. È noto che sugli oggetti funebri, ma molto spesso anche in quelli di uso comune, erano riportati il nome del proprietario o dell’artigiano che li aveva fabbricati. Orbene, sulla spilla in questione si legge MANIOS MED FHEFHAKED NUMASIOI, una frase in un latino arcaico che in futuro sarebbe diventato Manius me fecit Numasio e cioè: Manio mi fece per Numasio. [...]
Altro documento molto antico è l’iscrizione del Lapis Niger, rinvenuta nel 1889 in un cippo del foro romano; dovrebbe trattarsi di un divieto religioso. Autorevoli studiosi sostengono che tale iscrizione fosse posta sulla mitica tomba di Romolo, luogo sacro per eccellenza. Oscure parole che sembrano riferirsi ad un rito sacro si trova scritte sul Vaso di Dueno, mentre su una coppa rinvenuta a Civita Castellana, infine, c’è incisa una epigrafe che anticipa di qualche secolo il carpe diem oraziano: FOIED VINO PIPAFO CRA CAREFO e cioè hodie vinum bibam, cras carebo.

http://www.pksoft.it/anonimo_olevanese/Roma_antica/letteratura/Origini.htm
TRECCANI  • Origine della letteratura latina

Durata 5'12

Carmina

Poesia religiosa e celebrativa
Le origini della letteratura latina sono segnate da forme arcaiche di poesia che i Romani definiscono carmina – dal verbo cano, "cantare". Si tratta di enunciati di carattere orale – invocazioni e consacrazioni a divinità, maledizioni contro nemici di guerra, ma anche formule magiche, di scongiuro e di guarigione, filastrocche e proverbi – concepiti per occasioni che segnano la vita pubblica e privata della comunità, e solo in parte fissati nella cultura scritta.
L’efficacia poetica di questi componimenti dal latino fortemente arcaico e ormai misterioso per i Romani dell’età classica, nel verso italico detto saturnio o in una simile prosa ritmata, si realizza in un andamento fortemente allitterante e iterativo, basato sulla ripetizione e il parallelismo. Perduti sono i carmina convivalia, dedicati forse ai racconti sulla storia leggendaria di Roma durante i banchetti degli aristocratici. Ma gli autori latini conservano formule cultuali come il carmen lustrale, pronunciato dal pater familias per la purificazione dei campi; o il carmen saliare, cantato dai sacerdoti Salii di Marte e di Ercole durante la loro danza guerriera con gli scudi sacri, e il carmen arvale, recitato dal collegio sacerdotale dei fratres Arvales per propiziare la fertilità della terra.

TRECCANI  • Origine della letteratura latina

(Questo contenuto riassume tutti gli argomenti in elenco in questa prima sezione) Durata 5'12

Storiografia e annalistica

[...] Le origini della storiografia latina sono da rinvenire innanzitutto nell’opera del collegio sacerdotale dei pontefici. Sin dall’età regia, alla fine di ogni anno il pontefice massimo, capo di tale collegio, redige su una tavola lignea imbiancata (tabula dealbata) un breve testo in cui si elencano i nomi dei magistrati eletti o designati durante l’anno, i principali fatti politici, militari, astronomici e gli eventuali casi di carestia che abbiano prodotto a Roma forti rincari dei prezzi.
Questi scarni elenchi degli eventi significativi occorsi ogni anno, detti annales maximi, vengono esposti al pubblico nel Foro romano e via via sostituiti con quelli dell’anno in corso. Sempre i pontefici si occupano, poi, di redigere dei brevi commentarii in cui le informazioni presenti sulle tabulae dealbatae vengono organizzate in modo discorsivo e più ampio. Quando, dalla fine del III secolo a.C., i Romani si accingono alla scrittura di opere letterarie sulla storia della loro città – il primo è Fabio Pittore, che tuttavia usa la lingua greca –, essi non possono fare a meno di ispirarsi al modello introdotto dai pontefici, raccontando con stile scarno e conciso gli eventi occorsi a Roma anno dopo anno.
Nello sviluppo della storiografia come genere letterario latino giocano un ruolo decisivo anche due forme di comunicazione tradizionali tipicamente orali: l’elogium e la declamazione oratoria. [...]

TRECCANI  • Origine della letteratura latina

(Questo contenuto riassume tutti gli argomenti in elenco in questa prima sezione) Durata 5'12

Appio Claudio Cieco

Fin dalla nascita della repubblica, l'oratoria ebbe importanza rilevante, in quanto l'arte del parlare e del convincere dava fama, successo, potere ed era base necessaria della carriera politica. Adatta all'indole pragmatica dei romani, essa costituiva l'unica attività intellettuale degna di un cittadino di ceto elevato. Non si conosce nulla degli oratori precedenti Appio Claudio Cieco, il primo di cui si hanno notizie storiche sicure. Patrizio di origine (sec. IV-III a.C.), molto aperto ai problemi sociali della sua epoca, nel 312, da censore, introdusse uomini nuovi in Senato, persino figli di liberti. Fece costruire il primo acquedotto (Aqua Appia) e dette inizio ai lavori della via Appia (regina viarum), la prima grande strada militare che conduceva a Capua. Fu console nel 307 e nel 296; partecipò alle guerre sannitiche e, ormai vecchio e cieco, persuase il Senato a respingere la pace offerta da Pirro, re dell'Epiro, pronunciando (280) un famoso discorso cui Cicerone alludeva come al primo discorso ufficiale mai pubblicato a Roma. Scrisse un Carmen de moribus, raccolta di massime moraleggianti in versi saturni fra cui, delle tre rimaste, la celebre: "Ognuno è artefice del proprio destino" è la più famosa. Non si sa se nei suoi scritti subì il fascino della cultura greca. Si interessò anche di diritto, facendo raccogliere e pubblicare dal suo segretario, Gneo Flavio, il cosiddetto Ius Flavianum, la prima opera latina di procedura giudiziaria. La tradizione gli attribuisce anche una riforma ortografica, con l'introduzione della consonante r intervocalica, al posto della s, e l'abolizione della z.

Letteratura latina arcaica in www.sapere.it

"Teatro" delle origini

I villaggi laziali del tempo più antico conoscono una forma preistorica di teatro legata ai ludi – ovvero “feste” – celebrati dai contadini per le principali ricorrenze del lavoro agricolo. Tra gare e sacrifici rituali offerti agli dèi si svolgono i fescennini: scambi di battute e insulti scurrili, che personaggi grossolanamente mascherati improvvisano in versi sottolineati da una mimica rozza. L’oscenità dei fescennini sembra funzionale all’intento di scacciare il “malocchio” (gli antichi ne percepiscono il nome in relazione al termine fascinum, con questo significato) e di propiziare la fecondità della terra. Simile valore "apotropaico" hanno i volgari carmina rivolti dai soldati al comandante in trionfo, o i versi indirizzati agli sposi durante le cerimonie nuziali. Ai fescennini romani riporta del resto l’ilarità delle feste contadine tradizionali dell’Europa moderna, spesso scandite da gare di poesia e di abilità; ma l’esperienza teatrale di oggi, nella sua sostanziale laicità, rimane ben distante dalle preistoriche performance legate ai ludi: atti propriamente religiosi, in cui la stessa comicità è aspetto integrante del rito. [...] [Imitando gli etruschi], i Romani dei rozzi scambi fescennini imparano ad accordare ai loro versi movenze più armoniche e a modulare voce e movimenti sulla musica. Nasce così la satura, nuova performance mimico-melodica che propone al pubblico un susseguirsi di brevi pezzi di tipo diverso, una sorta di spettacolo-varietà così detto dal termine satur nel suo significato di "pieno, farcito, vario". La sua affermazione segna il passaggio a tecniche sceniche più complesse, mentre compaiono scuole di attori (histriones) ed autori teatrali professionisti; e favorisce ben presto il contatto con i metri greci, dando inizio alla lunga sperimentazione che porta Roma ad una ricezione matura del "teatro alla greca"”, introdotto nei ludi circa un secolo dopo. Ma mentre il nuovo tipo di rappresentazione trasforma a poco a poco il giocoso divertimento (ludus) di un tempo in arte e si inizia a mettere in scena drammi a soggetto – continua Livio – i giovani Romani lasciano agli istrioni i generi maggiori per tornare alla tradizione: essi riprendono ad improvvisare nell’antico stile fescennino, e per questa via si cimentano con un genere di spettacolo appreso dalla città osca di Atella. Si tratta della fabula Atellana, breve e semplice farsa nota per l’uso di maschere fisse (Maccus, il matto, Bucco, il mascellone, Pappus, il nonnetto, e Dossenus, forse il gobbo), detta poi anche exodium Atellanicum per l’abitudine di farla seguire come spettacolo "di uscita" a conclusione di una tragedia o di una commedia alla greca.

TRECCANI  • Origine della letteratura latina

(Questo contenuto riassume tutti gli argomenti in elenco in questa prima sezione) Durata 5'12

NASCITA DELLA LETTERATURA LATINA

La politica espansionistica portò Roma a contatto diretto con la civiltà e la cultura della Magna Grecia. In realtà, contatti tra la cultura italica e quella greca, diretti o mediati dagli Etruschi, c'erano già stati in precedenza, risalenti a un'epoca molto remota se è vero che gli scavi archeologici hanno rivelato nel Lazio la presenza di prodotti di ceramica sicuramente greci appartenenti al VII secolo a.C. La tradizione, inoltre, ci attesta dell'esistenza di culti religiosi di origine greca in territorio romano nel V secolo. Comunque si trattava di contatti sporadoco che non minacciavano l'integrità della tradizione italica. Effetti ben diversi ebbe il contatto di Roma con le popolazioni greche dell'Italia meridionale all'indomani della gierra tarantina. I Romani, di fronte ad una cultura tanto più evoluta della lor, per un verso sentirono tutto il peso del loro provincialismo, per l'altro si vestirono di orgoglio nazionalistico. [...] Forse proprio la consapevolezza dell'alto valore educativo del teatro, valore estraneo alle forme drammatiche preletterarie, indusse il patriziato romano a preferire Livio Andronico agli attori etruschi, il dramma a carattere greco alla farsa italica.

Letteratura drammatica

Ludi scenici

Fin dall'antichità si celebravano in onore di alcune divinità delle feste (ludi) nel corso delle quali si svolgevano spettacoli circensi, gare atletiche, combattimenti di gladiatori etc. Una parte dei giorni festivi veniva impiegata anche per le rappresentazioni drammatiche(ludi scaenici). [...] Di queste le più importanti erano i Ludi Romani, in onore di Giove, che venivano celebrati nel Circo Massimo nel mese di settembre (in quelli del 240 a.C. Livio Andronico presentò un suo dramma, avvenimento così memorabile da indurre gli scrittori posteriori a considerare la data della rappresentazione come l'inizio della letteratura latina) [...]. I grammatici distinsero nell'ambito del teatro letterario sei tipi di fabulae, quattro appartenenti al teatro comico e due a quello tragico.

  • fabula palliata: così è chiamata la commedia latina derivante dal rimaneggiamento di una o più commedie greche. Il nome deriva da pallium, il tipico mantello greco e sta ad indicare una rappresentazione in cui personaggi e vicende sono ambientati in una località della Grecia. [...]
  • fabula togata: [... prende il nome] dalla toga, il tipico abbigliamento romano ed indica una commedia in cui vicenda, personaggi ed ambiente rappresentati sono di origine italica. [...]
  • fabula tabernaria: [...] prende il nome da taberna, con cui si indicavano le bettole, le osterie, oppure le baracche, le abitazioni dei poveri. Il nome fa comunque riferimento ad ambienti e personaggi di modeste condizioni sociali.
  • fabula trabearia: si distingue dalla altre per il suo contenuto borghese. il nome deriva da trabea, la veste tipica dei cavalieri, [...] è attestata solo a partire dal periodo augusteo [...].
  • fabula cothurnata: prende il nome dai calzari che usavano gli attori tragici. È anche chiamata crepidata dalla crepidae, tipici sandali greci. Le cotrunate erano dunque tragedie in cui i personaggi, vicende ed ambienti erano tratti dalla storia e dal mito greci.
  • fabula praetexta: così chiamata dalla toga pretesta che indossavano i magistrati romani. Con essa si voleva indicare la tragedia ispirata alla storia di Roma.[...]

Livio Andronico

[...] L’importanza della traduzione di Andronico si misurava non tanto sul piano dell’impatto culturale (l’Odusia rendeva disponibile al pubblico romano un testo cardine della cultura greca, ma in realtà gran parte dei Romani colti, bilingue, leggeva già Omero in originale), quanto piuttosto per la sua portata storico-letteraria. Tradurre per Livio è un’operazione artistica, la costruzione di un testo capace di competere con l’originale, leggibile come opera autonoma, e al tempo stesso in grado di conservare, insieme al contenuto (la trama delle peregrinazioni di Odisseo), la qualità artistica del testo omerico (registri stilistici, impasto lessicale, impianto retorico).
La letteratura latina nasce con una traduzione e, come Atena, la vergine guerriera balzata fuori dalla testa di Zeus splendidamente armata, nasce già adulta. Perché ogni traduzione artistica presuppone un elevato grado di consapevolezza letteraria nel traduttore e nel suo pubblico; è frutto di una matura sensibilità per il sistema dei generi letterari e per le differenze culturali; significa avere individuato, meditato e risolto problemi di transcodificazione dal mezzo linguistico di partenza a quello d’arrivo. I trentasei frammenti dell’Odusia giunti fino a noi bastano ad assicurarci che la traduzione di Livio Andronico aveva già raggiunto questi obiettivi. [...]

Michela Mariotti, «La traduzione e le origini della letteratura latina: una palestra di poesia» in http://aula.lettere.scuola.zanichelli.it
TRECCANI  • Origine della Letteratura latina

(Questo contenuto è stato già allegato nella sezione precedente) Durata 5'12

TRECCANI  • Livio Andronico

Durata 3'05

Chiara Bellucci  • Dispense e appunti di Letteratura latina 1

(Questo primo gruppo di slide, con voce audio guida, coprono il periodo che va dalle origini all'età imperiale. Durata 27'

Gneo Nevio

L’opera di Gneo Nevio imprime un segno ancor più deciso al processo di romanizzazione della cultura greca avviato da Livio Andronico. Nato in Campania, l’autore milita nella prima guerra punica con l’esercito romano. Nel dibattito politico che vede contrapposta la linea conservatrice di Fabio Massimo a quella di Metelli e Scipioni, fortemente espansionistica e favorevole ad una più diretta apertura di Roma all’influenza greca, Nevio si schiera dalla parte dei primi: posizione, questa, che gli costa l’arresto dopo l’elezione di Quinto Cecilio Metello a console, quindi la morte a Utica da esule.
Sul fronte poetico, la sua produzione si distingue per la forte connotazione in senso romano-italico: di più, egli si svincola dalla traduzione per introdurre per la prima volta opere originali in latino. Nel suo repertorio teatrale figurano cothurnatae che ampliano il tradizionale temario del ciclo troiano con la tragedia Lycurgus, in riferimento al culto delle sacerdotesse di Bacco-Dioniso. Ma Nevio dà il meglio di sé in palliatae dal marcato segno romano e particolarmente felici nella trattazione della tematica amorosa, nelle quali il tipo del “servo furbo” in costume greco acquista la libertà espressiva che segnerà per eccellenza il servus plautino. Novità neviana sono anche le praetextae, tragedie d’abito e argomento romano: fra queste compaiono Romulus e Clastidium, dedicate rispettivamente al mitico fondatore di Roma e alla vittoria romana sui Galli a Casteggio (222 a.C.) [...].

TRECCANI  • Gneo Nevio

Durata 3'45

Plauto

Fu un commediografo latino (Sarsina 250 a. C. circa - forse Roma 184 a. C.). Una tradizione vuole che il cognomen originario fosse Plotus, poi urbanizzato in Plautus; il prenome e il nome sono incerti: probabilmente si chiamò Titus Maccius (la tradizione antica parla di M. Accius; secondo alcuni, soprannome era Maccus, derivatogli dalla omonima maschera della farsa atellana). Della sua vita si sa poco, e in forma romanzesca: sembra che, dapprima servitore in una compagnia di comici, fosse poi, ridotto in estrema povertà, alla macina di un mugnaio. Qui cominciò a comporre commedie che incontrarono il favore del pubblico, che non lo abbandonò più. Ne compose moltissime, e, poco dopo la sua morte, cominciarono le falsificazioni, sì che sotto il suo nome ne circolarono almeno 130; la nascente filologia latina intraprese presto l'opera critica di attribuzione, che culminò con la sistemazione di Varrone, allievo di Elio Stilone anch'egli critico plautino. Varrone distinse le commedie in tre gruppi: 90 sicuramente spurie, 19 di dubbia autenticità, 21 sicuramente di Plauto. [...] L'originalità formale di P. nei riguardi del modello greco consiste soprattutto nell'abolizione totale del coro (già nella commedia attica nuova ridotto al minimo), tranne l'eccezione dell'intermezzo corale del Rudens; abolizione cui però P. fa corrispondere un uso assai esteso, in luogo dei tradizionali metri della recitazione (trimetri giambici e tetrametri trocaici), di metri di tutte le varietà, compresi metri originariamente lirici. [...]

TRECCANI  • Plauto

Durata 5'20

ELLENISMO E CIRCOLO DEGLI SCIPIONI

«La letteratura romana in un certo senso nacque morta»: in questi termini il grande storico tedesco B.G. Niebhur (1776-1831) riassumeva il pregiudizio romantico che condannava la letteratura latina in quanto "derivata" da quella greca. Una cultura orientata alla ricerca delle origini di ogni nazione, affascinata da tutto ciò che appare primitivo, e incline a considerare la poesia come l’espressione spontanea dello spirito autentico di un popolo, non poteva che inchiodare la letteratura di Roma al suo “peccato originale”: il debito con il mondo greco. [...] A contatto con l’autorevole cultura ellenica i Romani ne riprendono l’esperienza letteraria, adattando i modelli greci a gusto e codice culturali indigeni. Alle arcaiche forme di poesia e di storiografia, al teatro italico preistorico, si affiancano ben presto epica e testi drammatici greci; e se Livio Andronico traduce Omero in latino, Ennio e Nevio muniscono Roma di poemi epici nazionali.

Ennio

Quinto Ennio nasce a Rudiae in Puglia, terra di incontro fra le lingue greca, osca e latina: “tre cuori” del poeta, per sua stessa definizione, che gli valgono forse la capacità letteraria di mediare fra culture diverse. Arriva a Roma con Marco Porcio Catone, allora questore, del quale guadagna la stima mentre milita con gli alleati romani nella seconda guerra punica; vi lavora come autore teatrale e maestro di grammatica, avviando una assidua frequentazione con le famiglie aristocratiche in linea con gli Scipioni. A Scipione Africano si lega strettamente, celebrando le sue gesta e quelle di altri potenti personaggi romani al modo dei poeti ellenistici di corte.
Designato pater della letteratura latina già dagli antichi e superato per fama solo da Virgilio, Ennio coltiva una varietà di generi letterari rivestendo un ruolo fondamentale nel processo di acquisizione della cultura greca: per primo importa l’epica in esametri, cui imprime uno stile nuovo che fa dei suoi Annales un modello indiscusso fino all’Eneide virgiliana. Le sue coturnate registrano una netta predilezione per temi legati al ciclo troiano: Achilles, Aiax, Alexander, Hecuba, Iphigenìa, Eumènides, Thyestes e altre dello stesso segno. Fra le preteste, Ambracia celebra l’assedio della città da parte di Marco Fulvio Nobiliore (189 a.C.), mentre Sabinae è dedicata al celebre ratto orchestrato da Romolo. Lo stile tragico enniano, improntato a solennità e patetismo, resta d’esempio fino a Seneca, con il suo gusto per l’orrido e i sentimenti esasperati, per l’indagine psicologica e la sentenza di tipo filosofico [...].

TRECCANI  • Quinto Ennio

Durata 2'29

Cecilio Stazio

Cecilio Stazio fu un poeta latino, gallo insubre di origine, forse di Milano (n. 230 a. C. circa - m. 166 a. C. circa). Prima schiavo e poi liberato da un Cecilio, visse, secondo notizie non ben chiare, in contubernio con Ennio. Scrisse palliate imitando Menandro, ma senza usare della contaminatio. Dapprima piacque poco, poi fu più apprezzato, anche per l'opera del capocomico Lucio Ambivio. Restano di lui meno di 300 versi e 42 titoli. Un frammento del Plocium ("La collana") di Cecilio Stazio è citato da Gellio col testo corrispondente di Menandro, per mostrare quanto sia lontano dal garbo e dalla grazia del modello. Ma in Cecilio è un senso di umanità più cordiale e calorosa, vivacità di immagini e varietà metrica e musicale dei ritmi.

TRECCANI  • Cecilio Stazio

Durata 3'07

Terenzio

Publio Terenzio Afro non è amato dai suoi contemporanei: troppo diverso il suo teatro pacato, centrato sul dialogo, da quello dinamico e scintillante di Plauto, troppo impegnative le sue trame e sottile il suo umorismo per un pubblico che chiede alla scena soprattutto una piacevole evasione. Eppure nelle appena sei commedie composte in una vita terminata prematuramente Terenzio inventa un mondo possibile fatto di solidarietà umana, di comprensione reciproca, di ricerca della soluzione migliore alle grandi questioni della vita comune, tra le quali rilievo centrale assume la relazione padri-figli e il problema della migliore forma di educazione.
[...] Le commedie di Terenzio sono tutte palliatae, cioè drammi di ambientazione greca; il modello preferito è l’ateniese Menandro, dal quale sono ricavate quattro trame su sei; le altre due risalgono ad Apollodoro di Caristo, un minore che a sua volta si ispirava alla lezione menandrea. A Roma la palliata significa essenzialmente Plauto, il geniale commediografo che domina le scene fra III e II secolo a.C. e i cui copioni continuano ancora per decenni a essere rappresentati con successo. È un modello ingombrante e inarrivabile, e Terenzio ha la saggezza di non sfidarlo, ma di cercare strade nuove; anche le difficoltà cui va incontro nel far accettare il proprio teatro al grande pubblico attestano il suo spiccato sperimentalismo.

TRECCANI  • Publio Terenzio Afro

Durata 3'31

TRECCANI  • Publio Terenzio Afro

Durata 5'33

   library.weschool.com  • Terenzio il "Menandro" latino

Approfondimento

TRECCANI  • FOCUS — Menandro

Il poeta che ha ispirato Terenzio (Durata 1'01)

TRECCANI  • FOCUS — Menandro e la commedia nuova

Una nuova commedia per un'Atene mutata (Durata 1'03)

Storiografia e annalistica

Per avere una storiografia scrita in lingua latina bisognerà attendere Catone e le sue Origines. La prima storiografia romana che possiamo definire precatoniana, presenta due aspetti particolari, la struttura annalistica e l'adozione della lingua greca. I primi tentativi storiografici furono effettuati da rappresentanti del patriziato romano, per lo più personaggi importanti della vita politica e militare, i quali, nasandosi sugli annales dei pontefici e sulla tradizione, raccolsero e sistemarono in modo molto schematico e secondo una ripartizione annalistica i fatti riguardanti la storia di Roma dalle origini fino alla seconda guerra punica. In questa storiografia costante era la preoccupazione degli aturoi di presentare il processo di formazione dello Stato romano quasi come imposto dalla forza della storia perché dovuto a guerre di carattere per o più difensivo, e di rassicurare i popoli sottomessi sulle finalità non egemoniche della politica estera dei Romani. Insomma [...] aveva soprattutto una finalità propagandistica. E ciò spiega l'adozione della lingua greca. [...] I rappresentanti più importanti della prima annalistica romana furono: Quinto Fabio Pittore, auotre di Romàion pràxeis in cui narrava la storia di Roma ab urbe condita usque ad bella Punica; Cincio Alimento che fu atuore di un'opera omologa quella di Pittore; Aulo Pstumio Albino, autore di un'opera in cui veniva raccontata la storia di Roma dalle origini fino al tempo dell'autore; Caio Acilio [...]; lo stesso Publio Cornelio Scipione, autore di un'opera storica in greco.

Catone

Marco Porcio, detto il Censore fu un uomo politico (234-149 a. C.) dell'antica Roma. Nacque a Tuscolo da una famiglia di agricoltori; combatté con onore nella seconda guerra punica; questore nel 204, si adoperò a trasportare in Africa l'esercito di Scipione; pretore nel 198 in Sardegna, riparò i danni arrecati dai suoi predecessori. Nel 195 fu eletto console come rappresentante di quei ceti conservatori che, appoggiandosi alla classe rurale, si opponevano alla nobiltà e ai forensi, innovatori e grecizzanti, il cui esponente era Scipione l'Africano. [...] Fu valente oratore e scrittore. Il suo De agricultura è il più antico libro di prosa latina a noi giunto: è un trattato di tecnica agricola, arido e slegato. Sono perdute, o conservate in frammenti, le altre sue opere: le orazioni grandemente ammirate da Cicerone; Ad Marcum filium, raccolta di precetti circa la medicina, l'arte militare, ecc.; Carmen de moribus, raccolta di sentenze morali; Origines, in cui erano trattate la storia di Roma sotto i re, le origini delle città italiche, le guerre puniche: vi era esaltata la stirpe italica, ed è singolare come per reazione alle ambizioni personali C. giungeva a tacervi perfino il nome dei generali. Anche gli scarsi frammenti a noi pervenuti permettono di apprezzare la rude ma potente efficacia e originalità della sua prosa.

TRECCANI  • Catone

Durata 3'51

Pacuvio

Marco Pacùvio fu un poeta latino (Brindisi 220 a. C. - Taranto 130 circa a. C.), uno dei principali tragediografi. Nella produzione di P. già nel colorito drammatico dell'azione e nella stimolante sentenziosità che la punteggia è in nuce l'ulteriore sviluppo della tragedia latina fino a Seneca: cominciano in lui le macabre apparizioni dei trapassati; si inizia anche il processo di maggiore disciplina del metro principale dei dialoghi, il senario giambico. La sua pateticità, coniugata a una sensibilità quasi barocca nell'espressione dei sentimenti e degli sfondi che ne inquadrano l'effusione, fu l'ultimo mezzo di presa del teatro latino sull'animo della folla.

TRECCANI  • Pacuvio e Accio

Durata 5'06

TRECCANI  • Pacuvio e Accio: Temi e Pensieri

Durata 6'32

Accio

Lucio Accio fu un poeta latino (n. Pesaro 170 - m. intorno all'84 a. C.); di origine servile, ebbe nella sua lunga vita rinomanza e fortuna. Fu poeta, immaginoso e fecondo, soprattutto di tragedie (restano 45 titoli con 700 versi in brevi frammenti), in alcune delle quali imitò Sofocle ed Euripide, d'argomento romano (praetextae) erano invece: il Brutus, che si riferiva alla cacciata da Roma di Tarquinio il Superbo; il Decius seu Aeneadae, che trattava del sacrifizio di Publio Decio Mure (non si sa bene quale dei tre di tal nome). Col suo stile alto e sonoro, A. introduce nel teatro tragico latino un carattere di teatralità turgida e ridondante. Scrisse anche: Annales in esametri, sulle feste dell'anno; una operetta in metro sotadeo, forse parte dei Didascalica, specie di satura Menippea in almeno 9 libri; Pragmatica in settenarî trocaici (almeno 2 libri), sul teatro e la poesia drammatica, coltivò anche la poesia georgica (Praxidica o Parerga, in senarî).

TRECCANI  • Pacuvio e Accio

(Questo contenuto è stato già allegato sotto PACUVIO) Durata 5'06

TRECCANI  • Pacuvio e Accio: Temi e Pensieri

(Questo contenuto è stato già allegato sotto PACUVIO) Durata 6'32

DAI GRACCHI A SILLA

Un'età di eventi sconvolgenti, quella che va dal tribunato di Tiberio Gracco alla morte di Silla, che non poteva non determinare mutamenti profondi nell'ambito della cultura e della letteratura. Gli intellettuali, terrorizzati o delusi o angosciati dagli eventi, finiriono per sentirsi sospinti sempre più verso il disimpegno sociale e politico e per chiudersi nella propria dimora spirituale, afflitti dal presente o immersi nel rimpianto delle virtutes e dei mores degli antenati. Cominciò così la ricerca di nuove vie, di nuovi modi di realizzazione del proprio impegno culturale e letterario da parte degli intellettuali [...] sopsinti dalla forza degli eventi a forme varie di individualismo e di soggettivismo. [...] in modo particolare con Lucilio cominicavano a registrarsi i primi esperimenti di una attività che trovava nelal dimensione intima dell'autore la vera fonte di ispirazione.

Lucilio e la satira

Caio Lucilio fu un poeta satirico latino del II secolo a.C. Appartenente al "circolo degli Scipioni", partecipò attivamente alla vita culturale dell'età degli Scipioni e dei Gracchi. Scrisse trenta libri di satire, di cui ci restano frammenti per 1.300 versi, portando alla maturazione e alla definitiva sistemazione formale questo genere di componimento poetico. [...]
Lucilio scrisse trenta libri di satire, delle quali abbiamo solo frammenti per circa 1.300 versi. Questo genere di componimento poetico, già coltivato in Roma da Ennio e Pacuvio, fu portato da Lucilio a maturazione e alla sua definitiva sistemazione formale: quella di una composizione in esametri, dal linguaggio semplice e discorsivo, dal tono ora aggressivo, ora meditativo e sermoneggiante, che ha per oggetto uno spunto della vita reale (come, per es., un personaggio famoso per esemplare virtù o vizio o ridicolaggine), dal quale sia possibile trarre argomento per considerazioni sui vizi umani, mirando insieme a un fine generale didascalico e a uno particolare, polemico, a volte esplicitamente personale. Sulla formazione della satira luciliana, che fu una delle creazioni più vive e tipiche della letteratura latina, influì la commedia attica antica e ancor più la diatriba stoico-cinica della Grecia ellenistica: Cratete di Tebe aveva moraleggiato parodiando Omero in esametri. Alla progressiva definizione del contenuto satirico (lungo è certamente il periodo di tempo nel quale si svolse la produzione luciliana) si accompagnò la conquista della forma definitiva, la composizione in esametri.[...]

TRECCANI  • Lucilio

Durata 3'58

TRECCANI  • Lucilio: Temi e Pensieri

Durata 6'44

Preneòteroi

Nessun movimento artistico è circoscrivibile in ambiti temporali ben definiti. Esso per un verso risulta anticipato da fermenti ad esso riconducibili, e per l'altro continua ben oltre il tempo della sua piena affermazione. Ora, considerato che con neoteroi si intende un gruppo di poeti operanti nella prima metà del I secolo a.C., riuniti in una sorta di cenacolo culturale intorno alla figura di Valerio Catone, che ne era il caposcuola, i poeti che in qualche modo ne anticiparono lo spirito, la sensibilità e la poetica, vengono indicati con il nome di preneoteroi. Questi intellettuali e poeti, vissuti tra la fine del II secolo e l'inizio del I, in parte mantengono ancora saldo il lagame con la tradizione letteraria, ma subiscono anche il fascino della poesia alessandrina che, proprio in quel tempo, per effetto della venuta a Roma anche di letterati ed artisti greci, cominciava ad essere conosciuta e apprezzata nel mondo latino. I poeti e gli scrittori di questo periodo sul piano esistenziale non rinunciano all'impegno civile ma riservano anche ampio spazio all'otium letterario, e sul piano culturale non disdeganno, nella maggioranza dei casi, di cimentarsi nella poesia epica e in opere di ampio respiro, ma coltivano anche la poesia nugatoria e quella dotta ed erudita. Fra i poeti più importanti di questo periodo segnaliamo [...] Lutazio Catulo che si disinse, fra l'altro, per la sua attività di mecenate a favore di intellettuali e poeti sia romani che greci [...] Levio, autore di una raccolta in sei libri di poesie leggere a carattere erotico e a sfondo mitologico, Erotopaegnia.

Lutazio Catulo

Lutazio Catulo fu un letterato di raffinata cultura e dotato di un elegante stile oratorio, lodato da Cicerone nel De oratore. In stretto rapporto con il circolo degli Scipioni, la sua figura fu tra quelle che favorirono il sorgere della nuova corrente poetica dei Neoterici. Egli stesso è annoverato tra i cosiddetti "preneoterici", di cui è l'esponente più noto. Catulo compose opere storiche, di carattere memorialistico, come il De consulatu et de rebus gestis suis, orazioni, tra cui è famosa quella funebre in onore della madre Pompilia, ed epigrammi. Nei due pervenutici, uno erotico e l'altro dedicato all'attore Roscio, Catulo risente dell'influsso degli epigrammi dei poeti ellenistici, primo fra tutti Callimaco, del quale riprende la brevità contenutistica e la scelta accurata dei vocaboli, tipico esempio di labor limae, pur rielaborando con originalità il modello greco. Entrambi i componimenti sono di carattere omosessuale, essendo il primo dedicato all'amore per un giovane di nome Teotimo (forse un nome ellenizzante sotto cui si cela un personaggio reale, come era usanza diffusa nei componimenti latini di argomento amoroso dell'epoca), mentre il secondo esalta la bellezza di Roscio.

Storiografia: Antipatro

Lucio Cèlio Antìpatro fu uno storico latino (seconda metà 2º sec. a. C.), amico di Gaio Gracco; per primo ruppe la tradizione annalistica scrivendo un'ampia monografia storica sulla seconda guerra punica, di cui si hanno scarsi frammenti, con larghezza di fonti ma, secondo Cicerone, con poca finezza stilistica. Fu usato come fonte da Livio.

Storiografia: Sisenna

Lucio Cornelio Sisenna fu uno storico romano (n. 118 a. C. circa - m. Creta 67 a. C.). Nel 78 fu praetor urbanus, poi propretore in Sicilia; prese parte alla guerra contro i pirati come legato di Pompeo, ma cadde malato e morì a Creta. Della sua opera (Historiae), che in 23 libri narrava la guerra sociale e la guerra civile di Silla, abbiamo molti ma brevi frammenti. Sallustio, lodando l'arte di S., ne biasimava la parzialità, ciò che sembra confermato da Cicerone, che pur considerava S. un grande storico per l'acutezza dell'indagine. Tradusse liberamente in lat. le Favole Milesie di Aristide di Mileto. Diverso da questo S. è un omonimo grammatico, più tardo, commentatore di Plauto.

Rhetorica ad Herennium

Trattato latino di retorica, che fino al XVI sec. fu attribuito a Cicerone, mentre fu scritto, non si sa da chi, fra l’86 e l’82 a.C. È rielaborazione di una fonte greca, ignota. Il trattato ha i pregi della brevità e chiarezza e ha avuto larghissima fortuna nel Medioevo. Nulla sappiamo dell’Erennio a cui il libro è dedicato.

ENCICLOPEDIA TRECCANI      DIZIONARIO DE MAURO